Di Renzo Tondo – La politica non c’entra nulla: vogliamo soltanto ricordare i soldati dell’Armir e in particolare gli alpini della nostra Julia che 74 anni fa in un terribile inverno russo, compirono un’impresa epica e disperata in un paesino con una stazione ferroviaria disperso nell’immensa steppa nevosa. Si chiamava Nikolayewka e le nostre truppe in ritirata, stracciate, disperate riuscirono a sfondare d’impeto la barriera potente che l’esercito russo aveva frapposto tra loro e l’agognato ritorno all’Italia. Ci riuscirono: premesso che la guerra è orribile – ma esiste – e poiché i tempi sono quelli che sono e va di moda la denigrazione di qualsiasi impresa intrepida soprattutto se di carattere militare, vogliamo come sempre controcorrente, ricordare quell’epopea che vide friulani e giuliani tra i combattenti più eroici, più umani, più veri. Così ci siamo fatti prestare dal nostro Antonio Devetag qualche pagima di un libro che scrisse insieme a quel grande giornalista che fu Piero Fortuna, fratello del più noto Loris, figli di una Udine che esprimeva cultura di livello internazionale , intelligenza, ironia e alta politica anticipatrice. Troverete spezzoni interessanti – e appassionanti – del libro Nikoleiewka, che fu edito qualche anno fa dall’Associazione nazionale Alpini di Gorizia e scritto da Antonio Devetag. Aggiungo, quasi come un post scriptum uno scritto di un altro grande giornalista, Egisto Corradi. Che parla della Julia.
RENZO TONDO
“Natale dopo Natale, commemorazione di Nikolajewka dopo commemorazione di Nikolajewka, la schiera dei sopravvissuti alle battaglie tra la metà di dicembre 1942 e i primi di febbraio del 1943 sul Don, si assottiglia sempre di più.
È fatale. Quanti saranno ancora in vita, quanti saremo oggi come oggi i superstiti testimoni diretti di quel feroce e disperato combattersi tra di «noi» -forza uno – e «loro» forza cinque; di quel resistere – gli alpini – per un intero mese sul Don, senza alcun riparo precostruito, nell’infierire di temperature quasi artiche, con nessuno ai fianchi, e a tergo il vuoto prima per decine e poi per centinaia di chilometri? Quanti saremo oggi – alpini della «Julia», «Cuneense», «Tridentina» e «Monte Cervino» – a portare dentro di noi il ricordo di tutto quel sangue sulla neve, di quel morire a plotoni sotto il fuoco delle katiuscie o straziati dai cingoli dei carri armati avanzanti compatti a testuggine, di quel condurre a termine – sia pure decimati – una leggendaria ritirata di ventidue notti e giorni convulsamente alternata di marciare e combattere?
Quanti saremo? E quanti, in particolare, noi della «Julia» con il suo battaglione veneto del «Vicenza» ed abruzzese dell’«Aquila»? Mah. Fu alla «Julia» che, travolte dai sovietici in due giorni due divisioni italiane e una tedesca, toccò accorrere a tappare il varco apertosi sul Don fin dalla metà del dicembre ’42.
E fu solo un mese dopo, su ordine preciso (e deliberatamente ritardato dai tedeschi) che la «Julia» si riunì alle due divisioni alpine sorelle e che con esse incominciò la memorabile ritirata.”
EGISTO CORRADI